the Room and covid

Viviamo strani giorni di un’epoca, si spera breve, che lascerà tracce indelebili in ognuno di noi. Se con il tempo le dimenticheremo sarà per quella naturale propensione umana ad accantonare in un angolo le esperienze più drammatiche; ma oggi non è così. Oggi, essendo costretti a rimodulare il rituale della quotidianità, portiamo i segni nella carne viva del rivolgimento delle nostre abitudini. Il “nulla sarà come prima”, espressione con la quale si saluta ogni profonda minaccia, è già qui a partire dal cambio della liturgia quotidiana alla luce di un evento di cui molti tra noi non avevano esperienza né memoria.

La fotografia ha ampiamente esplorato il tema del rapporto tra l’umano e il suo dintorno, utilizzando quest’ultimo – nelle diverse declinazioni – quale potente metafora. Il riverbero di esperienze, di malanni e disagi è analizzato alla filigrana di un rapporto di reciprocità. Questa dinamica, espressa felicemente da una letteratura che, grazie alla potenza immaginifica delle parole che compongono un racconto, ha saputo descrivere il disagio dell’uomo e inscriverlo in una tematica generale. La letteratura lascia libera la forza dell’immaginazione, la fotografia no. La fotografia, a causa della sua natura ambigua, dove in ogni cosa appare il suo contrario, non è raffigurare di stabilire un sentimento, ma può crearlo. Anzi, deve crearlo.

Se la fotografia vuole allontanarsi dall’essere “l’arte del visibile”, per esplorare il territorio dell’invisibile, deve creare intorno a sé un apparato di “segni”, una grammatica visiva volta alla sua decifrazione nella quale leggere nella profondità del messaggio; “segni” che si arricchiscono con la velocità con cui la contemporaneità si infoltisce di nuovi eventi, spesso disastrosi, come quello relativo alla diffusione del contagio da Covid-19. Con un’anticipazione pressoché profetica, il fotografo Andrea Scarfò, ha esplorato con the Room and Covid, gli effetti del distanziamento fisico a cui siamo chiamati in seguito alle disposizioni che ci vedono in quarantena.

Quanto però più il distanziamento fisico ci allontana dall’interagire con gli altri, sospendendo la naturale attività delle relazioni umane, tanto ha il potere di costringerci a intessere con noi stessi una relazione rivelatrice alla luce, come si diceva, di una rimodulazione delle attività quotidiane. In questo senso Andrea Scarfò ha compiuto una scelta, offrendoci un personale punto di vista su una vicenda le cui ricadute agiscono sulla psiche. Le rovine, siano esse di una casa abbandonata all’incuria del tempo, o quelle di un’attività oramai abbandonata sono lo scenario – si direbbe la metafora – dell’espressività del disagio, d’un malessere che reclama d’essere visto oltre che ascoltato. Nelle fotografie di “The room and Covid”, che salutiamo come un esercizio dello sconvolgimento, vediamo l’allineamento di diversi elementi, l’esplicazione di segni che si rincorrono per definire il medesimo obiettivo. Il soggetto, innanzitutto. Che sia immobile, come appena colpito dalla durezza raggelante di una sopraggiunta consapevolezza, o agitata da un “mosso” che ne sottolinea l’irrequietezza è sempre al centro dell’immagine, come a stabilire la supremazia visiva sul resto.

Eppure il “resto”, non si rassegna a un ruolo secondario. Nell’equilibrio compositivo dei “segni”, lo sfondo nel quale il soggetto esprime se stesso ha assegnata la funzione di detonatore di un malessere in cerca di risoluzione. L’ostilità degli ambienti, l’inospitalità delle aree è il contraltare materico dei sommovimenti dell’anima. In questo brutale e inarrestabile “dialogo” vediamo l’affiorare di una composizione che apre la strada a suggestioni cui affidare un nome, perché una tra le più importanti funzioni della fotografia è obbligarci a pensare. E si riflette osservando il lavoro di Andrea Scarfò. Si riflette, ad esempio, su come l’azione fotografica sia chiamata a raccontare questi giorni terribili e tradurli attraverso un dato autoriale che non declini il suo senso verso una deriva estetica. In the Room and Covid la tensione attraversa le immagini con una forza costante, dirompente, lasciata libera di estendersi per coprire l’intera composizione. C’è qualcosa di puramente primordiale, prossimo alla radice del disagio, e che va colto nella sua interezza se anche noi che guardiamo vogliamo comprendere la molteplicità delle sfumature con cui si presenta un malessere.

Ed è proprio per questo, per la ricchezza di rimandi contenuti che al mulinare delle braccia umane associamo non già velocità ma un dinamismo simile al tormento, un escamotage tecnico che assume senso solo se ben risolto. Poi un cambio di passo, quasi a suggerire una momentanea staticità, le fotografie ci avvertono della porosità dell’animo umano, della sensibilità verso le differenti nuances di un’anima ferita. Le figure ectoplasmatiche, così duramente esposte a un vento estraneo e sconosciuto, si fermano in cerca di un momentaneo ristoro, quasi a riprendere fiato prima della ripresa, prima d’una capitolazione. Così, quelle mani protese verso una breccia da cui dilaga la luce ci avvertono dell’esistenza d’una speranza; labile, forse, ma viva.

The Room and Covid è questo, la cronaca d’una attualità che non è mai scomparsa; potrà arricchirsi di nuovi elementi, generare nuove paure, creare nuovi allarmi ma è soprattutto un racconto sulla necessità di stabilire con noi stessi un nuovo rapporto di reciprocità, una convivenza intima che sappia stabilire una nuova ecologia delle relazioni. Compito non facile. Andrea Scarfò, con la curiosità che si addice a chi voglia comprendere le cose della vita, ne ha raccontato il deflagrare, il momento di massima crisi. Stabilire motivi e ragioni, condurci alla genesi di un’avversità non è compito di un fotografo, egli è solo un testimone che arriva sempre a cose avvenute.

Giuseppe Cicozzetti
9/04/2020

Istruzioni

Le foto sono visibili anche a pieno schermo.

Cliccando sulla i in basso a sinistra si apre la tendina con didascalie.

Le emozioni sono state scritte quasi tutte interamente dalle performer.

 

the Room

Il vissuto di ogni individuo evolve in base agli eventi tangibili ed emotivi che agiscono sulla percezione che si ha del mondo esteriore; ciò determina un cambiamento della propria dimensione interiore.

Il centro del vissuto, il cuore, il fulcro, la camera di controllo è quel “luogo” – lì dentro – che muove evanescenze ben più solide della carne che forma il corpo.

La stanza è la somma di emozioni, sensazioni, stati d’animo, addendi invisibili se non con gesti, scelte, vita.

La sfida, visivamente parlando, è restituire qualcosa di invisibile, impalpabile, muto. I linguaggi scelti sono diversi: immagini statiche o mosse, ma costumi sempre essenziali per rispettare la grammatica della materia prima.

L’evanescenza dei mossi aiuta a cogliere l’impercettibilità dell’interiorità del soggetto, la staticità di altre immagini invece evidenzia il raggiungimento di punti fermi, sicurezze, certezze nell’esplorazione.

L’ambientazione è una stanza di un luogo abbandonato o incompleto, due categorie ben definite, anche se confinanti, che suggeriscono stimoli al soggetto ritratto. Questi ambienti permettono inoltre un accenno ad un parallelismo tra persona e ambiente, tra uomo e territorio.

I soggetti coinvolti rispondendo ad un questionario propedeutico alla realizzazione delle fotografie iniziano ad aprirsi e durante l’esplorazione del luogo scoprono nuovi angoli della propria stanza.

the Room and covid19

Nell’attesa di trovare la giusta via per rendere materiali queste visioni e, nel mio piccolo, volendo partecipare attivamente al momento storico dell lockdown a causa della pandemia ed infodemia da Covid19 (Coronoavirus) ho deciso di condividere questo progetto.

Sono alcune emozioni create da donne divenute per l’occasione performers con la mia “regia” funzionale alla fotografia.

Di certo nel momento in cui scattavo non pensavo che un giorno queste emozioni ci avrebbero bussato alla porta con tanta veemenza.