lentitalia – il racconto

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Alla partenza il clima siculo aiuta: cielo perfetto, sole che scende, luce che arricchisce i volti.

Volti… ecco il primo.
Un bel giovane, scarpe sportive, che scomposto è sprofondato in Siddharta di Herman Hesse. Lui legge e dall’altra parte del vetro, mentre il sole si tuffa tra serre, campi e carrubbi, i muretti a secco corrono via per lasciar posto ad improbabili autostrade dimenticate da progettisti.

Catania.
L’aria notturna della stazione è la stessa ovunque. Sinistra, dà luogo al più classico dei nonluoghi.
Compare, scompare, riappare una donna dall’età compresa fra i 20 e i 50 anni, indefinibile per le sue smorfie di pianto.
Cos’è la follìa? Nient’altro che una mente che si difende.

Il treno arriva con 20 minuti di ritardo.

La cabina assomiglia alla mia idea di sala operatoria: linee dritte, pulizia visiva oltre che sanitaria. Noia.

Si viene a creare una matrioska: io dentro il treno dentro la nave.
E pensare che l’uomo, autore di tutto ciò, è sempre la bambolina più piccola. Il traghetto mantiene sempre questo fascino da fagocitatore.

La nave è deserta, si sentono solo gli euforici schiamazzi di studenti in gita.

Ci sono anche i marinai, il personale di servizio sulla nave. Gente che vive, che ha vissuto, che conosce, che ha negli occhi ali d’angelo e coda di diavolo…

Calabria. Solo una carezza per la mia amata terra, poi mi addormenterò, spero non con i suoi veleni, ma con gli inni ai suoi splendori, con la poesia che solo lei sa dare.

Roma. Un’amica incontrata alla stazione mi confessa: “Se trovassi lavoro giù me ne andrei subito”.

Jana, invece, è proprio come ci si aspetta una donna brasiliana: colorata, solare, energica, positiva. Ma anche aperta. È di Rio, ama il mare e stare a cuocere sotto il sole in pieno relax.
Jana è in viaggio con un’amica. Il tour per l’Italia organizzato da un’agenzia prevede alcuni giorni al sud, alcuni al centro e parecchi al nord. Siamo alle solite.

Le campagne tosco-laziali sono stupende – perlamordiddìo – ma non capisco cosa abbiano più di quelle siciliane, calabresi, e campane. Hanno di sicuro qualcosa in meno: i muretti a secco, il mare, le montagne, l’Etna…

Nell’Italia che percorro quindi non c’è solo il pendolare, lo studente, ma anche il turista, gente che viene da altre terre.
Terre che, come accade in Italia, vedono turisti in certi posti piuttosto che in altri.
Insomma, l’Italia non è solo spaghetti; il Brasile non è solo Samba!

Mi avvicino al nord con uno stato d’animo nuvoloso, d’altronde non poteva essere altrimenti con chi si è preso, mi ha preso parenti e amici.
In piena contraddizione i campi fioriti del rosso dei papaveri mi avvicinano al nord anche con una energia nuova.

Verso Prato. Da Firenze un continuum urbano, nessuna campagna in mezzo.
Il signore di fronte a me in risposta al mio pessimo panino si scaccola spensieratamente; mangio ancor più disgustato.

Prato.
Da sempre questa è una zona famosa per il settore tessile e il tessile è sinonimo di occhi a mandorla, da sempre.
Piove, è freschetto. In sala d’attesa. Tutti zitti… tutti, tre.
Una donna legge un quotidiano. Una coppia adulta parlicchia, lei trattiene a fatica le risa.
Quattro. Due occhi a mandorla dai lunghi capelli neri. È italianissima. Gratta… e perde!
Cinque. La signora pare che abbia perso il treno precedente o che siano cambiati gli orari. Va a Bologna come me.
Ad ogni stazione ho conosciuto prima della partenza qualche possibile compagno di viaggio, senza mai incontrarlo però.
Sei. La sala pare completarsi con una donna leopardata e dai grandi valigioni da cui, dopo grandi rumorose peripezie tira fuori un giubbino con cui coprirsi.
Il leopardo vince. Chiacchiere, argomento: temperatura.

Verso Bologna. Delle donne parlano di grandi viaggi avventurosi in paesi lontani. Nei sedili accanto una ragazza italianissima studia su ideogrammi cinesi e ripete senza voce.

Dormo. Sogno.

Mi risveglio oltre l’Appennino… sento l’odore della destinazione.

Arriviamo sul binario 1est, stesso binario da cui sono partito da Roma. Partirò dopo 20 minuti dal binario 1 ovest. Giusto in tempo per fare il biglietto e per percorrere circa un chilometro dentro la stazione – si sa chi prende il regionale è disposto a soffrire – e poi ripartire.

Verso Mantova.
Chiacchiero con un signore rumeno. Non vuole essere fotografato, non se ne parla neanche.
Lavora nell’elettronica, ma anche nell’edilizia.
Incontro anche un ragazzo con cui condivido chiacchiere e taralli. Lui abita qui, lo straniero tra i due sono io. Penso. Sorrido.
Che bei campi che ci sono.

Sull’ultimo treno, diesel. Anche quissù allora ci sono queste oscenità: il treno a carburante!
E poi due volti diversi e così vicini, quanto sono distanti ancora… c’è molta strada da percorrere.

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Infine un raggio di sole che riscalda, che riporta la mente alla bellezza della partenza. Può esser bello questo arrivo.

Il viaggio di ritorno e i giorni immediatamente antecedenti sono segnati da incontri piacevoli: cugini e amici, tutti emigrati lungo lo stivale.

“Ovvio che ti ospito a Bologna una notte!” Ovvio un corno! È il 20 maggio e in Emilia la terra ha tremato per la prima volta. Il giorno dopo io dovevo partire per Bologna. Non è stato facile.
Bologna piove. È sempre più continentale.

Verso Prato.
Gli edicolanti scompariranno tutti. Sul treno una donna sfoglia sul suo tablet il giornale.
Di fronte a me un uomo dall’improbabile lunghissima unghia del pollice sinistro vede e ascolta il video di un bimbo piccolo.

Al di qua dell’Appennino, in stazione, c’è gente che scruta tra la spazzatura.

L’Italia è ancora molto lenta.

 

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